Qualche giorno fa, curiosando in una delle librerie della mia città, mi sono imbattuto in un paio di libri che parlavano di web 2.0 in un modo abbastanza inusuale. La tesi, alquanto provocatoria, sosteneva in sostanza che il web rimbecillisce, appiattisce l’informazione seppellendo quella di qualità sotto un mare di post, notizie più o meno fasulle o scopiazzate da altri siti.
E’ curioso come tutti i fenomeni sociologici di un certo spessore seguono una loro parabola: all’inizio, l’esaltazione mediatica ha portato il mondo delle piattaforme web complesse come i blog e poi i social network all’apoteosi.
Da qualche anno, sono spuntati i detrattori.
Da sempre la categoria degli opininisti si divide tra realisti e apocalittici. Quest’ultimi sostengono che la babele di informazioni non veritiere o non verificate, hanno prodotto nel tempo un danno incalcolabile: le vittime ignare di questo caos sarebbero i fruitori delle piattaforme suddette e perfino i bloggers.
Ma come? Non si è sempre detto che internet è sfuggente per definizione, che il web 2.0 ha permesso la democratizzazione dell’informazione e che ciascuno di noi può diventare autore e pubblicare praticamente quello che vuole?
Se qualcuno pensava che fosse gestibile questa pletora di linguaggi, opinioni, o non ha capito nulla, o finge di non capire: non è internet e gli innumerevoli servizi offerti ad essere il problema, semmai è il senso critico di chi legge e guarda molto ma poco si informa o approfondisce.
E l’educazione alle buone pratiche, mi dispiace dirlo, si impara sui banchi di scuola, non è certo la tecnologia ad insegnartela.
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